Goin' To (Narrowpolis)


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License: Creative Commons - Attribution
Author: Mr. Connor
Description:
Suonati In Quattro Quarti Era domenica. Perchè a ballare ci andavamo di domenica. Ed era pomeriggio, perchè ci andavamo il pomeriggio. La sera era per i grandi, che orari non ce ne avevano. Ballare, poi. Non era musica che si ballava, quella. E a me non piaceva, ballare. Nemmeno agli altri. Nel parcheggio, a casa, ascoltavamo tutt'altro. I Doors. I Led Zeppelin, i Deep Purple. Io ascoltavo gli Uriah Heep. E' che c'era solo quel posto, era l'unica alternativa al parcheggio. Andavamo là perchè c'era della gente. Era un posto, e c'era tanta gente. Così invece di restare nel parcheggio a torturarci con la noia andavamo là, a far finta di essere contenti. Ca' Franca. Si chiamava così. Ci si chiamava anche prima, con quel nome, e lo stesso vale anche adesso, che la discoteca non c'è più. E' il nome della località, quello, del bosco che c'è attorno. Della villa che, molti anni prima che io e gli altri ci andassimo a sudare e bere, cominciò a raccogliere soldi o ormoni e sudore al suono di musica da quattro soldi e puttane di lusso. Si raccontavano un sacco di cose, su quel posto. Come quella volta che Cicciolina pisciò sui paganti del piano di sotto e successe di tutto. Io avevo diciassett'anni, nel novantuno. Gli altri, quelli del parcheggio, avevano la stessa età, in qualche caso, o pochi anni più di me, negli altri. Soldi non ne avevamo mai, ma la domenica pomeriggio costava meno, e qualche volta si riusciva a trovare gl'inviti per entrare gratis, o almeno a metà prezzo. C'erano un paio di macchine, per andarci, e il resto eran motorini cavalcati in due, qualche volta in tre. Andiamo. Tutti in Ca' Franca. Il pomeriggio andò come tanti altri. A non aver di meglio da fare ci sarebbe di che raccontarli, pomeriggi come quelli. La sera, poi, in parcheggio, era sempre la stessa domanda: quante te ne sei fatte? Un assurdo, perchè certo là dentro mica ci potevi fare l'amore. Per molto meno venni appeso al muro da un buttafuori grosso così. Farsi una ragazza, e viceversa, voleva solo dire baciarsi. Tre, diceva qualcuno. Ma mica c'era modo di sapere se era vero. Io non ho mai saputo chiederlo, un bacio, così là non ci volevo nemmeno andare. Invece c'ero poi andato, era una domenica pomeriggio e arrivammo presto, la musica taceva ancora e le luci erano tutte accese. C'era poca gente, dentro, poca fila alla biglietteria. Guardai G., che tanto aveva insistito, poi mi voltai a guardarmi attorno, a studiare il posto. Marmo, neon, e una mano che m'accarezzava la schiena. Mi girai e c'era a sorridermi una ragazza. Nemmeno mi ricordo com'era fatta. Funziona così, disse G., buon divertimento. Non ci trovai, all'uscita, questo gran divertimento. Solo tanti baci. Non ci s'ascoltava, là, non ci si parlava, odorava. La voce era soffocata dalla musica, l'odore dal fumo delle sigarette e dal sentore d'alcool. Io mi domandavo chi fossero, quelle persone, cos'avessero dentro. Loro tacevano e baciavano. Così io pensavo, che tanto parlare non serviva. Quella domenica saltammo sul pullman che faceva spola tra i paesi attorno al mio e la discoteca. Era gratis. Dovevano essere tutte facce note: quante domeniche trascorse nello stesso posto, prima, quante ne sarebbero venute poi. Invece eravamo tutti sconosciuti. Si parlava a gruppi, con chi già si conosceva. Gli altri chissà, chi li conosceva. C'era chi due ore dopo t'avrebbe ficcato la lingua in bocca, là in mezzo. Mica lo sapevi. Mezz'ora più tardi t'avrebbe rimpiazzato con un'altra persona. Fila, biglietti, buttafuori. Poi dentro. A. l'avevo conosciuta nemmeno un mese prima. Là dentro. Arrivava con il gruppo di San Fermo Della Battaglia. C'eravamo conosciuti così, nel chiasso affollato di una domenica pomeriggio chiusa tra marmo e musica. Era stata un'amica sua: La mia amica ti vuole conoscere. Vabbè. Riccioli, occhi verdi, sorriso. Non sapevo quale voce potesse uscire dalle sue labbra, quando mi baciò. Ci eravamo parlati all'uscita. Poi al telefono. E la sera, qualche minuto alla volta, perchè era lunga andare in motorino fino al paese suo, e dovevo ripartire subito per essere a casa prima che i miei genitori mi chiudessero fuori, a dormire sullo zerbino. Non vivevo di baci, non c'ero fatto per una cosa così. M'interessavo, più di persone che di labbra. Piccole e grandi. Per questo, caso più unico che raro, là dentro, i baci di quella domenica d'un mese prima ebbero seguito. Cominciò tutto a cavallo della morte di Freddie Mercury, per questo ricordo il mese, finì tutto nello stesso luogo, nemmeno un mese dopo. Me ne stetti nel mio. Bevvi con G., come al solito. I bar, là dentro, erano tre. Noi andavamo sempre allo stesso, perchè la donna di cui ci fidavamo serviva solo là. C'insegnava i nomi di quello che preparava, una donna che aveva certo il doppio dei nostri anni, più nuda che vestita, sveglia e smaliziata abbastanza da non farsene un problema ed ignorare le sconcezze che i clienti pensavano senza dire. Si leggevano sui loro volti, comunque. Poi ripassavamo, senza più il biglietto per bere, ma un altro giro ce lo serviva comunque, e spesso anche un terzo. Cosa volete? Four Roses, vodka e Grand Marnier, dicevamo. Ma siete solo in due, rispondeva. Allora mettili insieme, dicevamo noi. Ce ne andavamo con un bicchiere a testa, colmo fino all'orlo d'un intruglio di pessimo gusto ma di calorosa efficacia. A. la salutai mentre saliva sul pullman per San Fermo Della Battaglia. Sapeva che stava andando tutto storto, ma avevo parlato poco e spiegato meno. Mi sembrava assurdo che lei stesse con me. Assurdo che si sacrificasse a tanto. Salì sul pullman, e già quasi piangeva. Due giorni dopo la lasciai per telefono. Da una cabina telefonica, perchè ero in lite con i miei per l'uso del telefono. Pensavano fossero colpa mia, certe bollette, ma il conto non s'abbassò mai, perchè non presero mai lo stesso provvedimento con mia sorella. A. la vidi altre tre volte. Una la settimana dopo: Natale era appena passato, arrivava il mio compleanno e lei voleva darmi il profumo che m'aveva comprato per regalarmelo, così la sua amica mi diede appuntamento a Como per spiegarmi chissà cosa, e invece c'erano tutt'e due. Voleva pure che tornassimo insieme. Ma non osai farle una cosa del genere. Accettai il prfumo e basta. Poi la rividi nell'anno della naja, durante una licenza. Non mi sono dimenticata di te, e mi baciò. Nemmeno io me n'ero dimenticato, ma non glielo dissi, perchè il motivo per cui me l'aveva detto, per cui lo pensava, era così diverso da quel che intendevo io. Persi una persona di buon cuore, ne sono sicuro. Ma lei perse molto meno, così feci bene a tacere. Poi la rividi quand'eravamo già trentenni, a casa sua. Era andata a vivere da sola dopo un matrimonio arabo andato in malora. Me lo raccontò seduti sul suo letto, poi sulla porta mi chiese se davvero volevo finire d'allacciarmi la giacca e andarmene. A far quello che se ne va si passa sempre per sufficienti senza cuore. Pure quando si è il contrario. E il maglione?, mi chiese, E' dal novantatrè che devo ridartelo. Era un maglione con la cerniera. Il suo gatto ci stava pisciando sopra, soddisfatto. Prossima volta, davvero, dissi. E non ce ne fu un'altra. Pigliammo la strada per Montorfano. Il parcheggio era là. E' là ancora, in effetti. Io no. Gli altri nemmeno. Rifiutai un passaggio a due ruote, e poi un paio d'altri. Fu una delle tante cose che, a saperne il seguito, sarebbe convenuto fare diversamente. Stecca e il Biondo decisero di farsela a piedi con me. Avrebbero avuto di che pentirsene anche loro. Sicuramente uno dei due. Così c'incamminammo. Su per la salita in località Ca' Franca, prima, poi ci lasciammo alle spalle la fermata degli autobus e la folla d'adolescenti che aspettavano d'andarsene a casa. Prendemmo la strada che da Lipomo sale verso il lago di Montorfano. E andò tutto liscio, almeno fino al Ristorante Sant' Andrea. Si chiamava Pescatore, in realtà, quel posto. S'era chiamato così per decenni, parecchi. Arrivato qui dal Veneto, mio padre, nel dopoguerra, ci visse per anni. Lavorava la terra per conto del padrone, facevano a mezzo. La cascina, perchè era una cascina, enorme, dava sul lago. Il nome le viene da questo. D'Inverno, quando il lago ghiacciava, c'era chi l'attraversava a piedi con in spalla la gerla piena di sigarette provenienti dalla Svizzera. Il ghiaccio era la scorciatoia dei contrabbandieri. Arrivati di là, dove c'è la chiesa sconsacrata, le stecche di sigarette prendevano la strada di Capiago, o quella d'Alzate: direzione Cantù, prima, e Milano, più avanti. Papà mi raccontava, quand'ero bambino, di quella volta che un amico suo s'addormentò sul carretto, ubriaco, ignaro del fatto che l'asino suo, asino poco meno che lui, avrebbe preso la strada del ghiaccio. Si svegliò, il poveretto, al ragliar dell'asino, terrorizzato: in mezzo al lago, su un pavimento di ghiaccio di cui ignorava lo spessore e le intenzioni. Poi, tra la fine degli ottanta e l'inizio dei novanta, la cascina venne ristrutturata, e diventò un ristorante dei più costosi. Lo è ancora. Arrivammo lassù. Io, Stecca e il Biondo. La strada curva di colpo, là sopra. Di fronte, oltre la cascina, c'è il lago, ci sono i boschi. A destra il declivio si nasconde tra la nebbia dei bassi e fila fin verso la Ca' Franca. A sinistra c'è la strada che va a Montorfano. C'andammo. I paletti dei catarifrangenti, divelti, se ne stavano a metà della corsia. Non sembrava casuale, la cosa. Non ce n'era solo uno, sull'asfalto: eran parecchi, per almeno duecento metri. C'era pure qualche pietra, assieme, alcuni grossi rami strappati al bosco. Stecca e il Biondo parlavano. Quante te ne sei fatte, cose così. Io pensavo a cosa stavo combinando a quella ragazza. Lei sarebbe passata, lo è, io no. Io ci capisco poco come allora, di me. A guardar quei catarifrangenti, però, pensai tutt'altro: che fosse un guaio, pensai, perchè macchine e motorini, arrivando da Lipomo, avrebbero preso la curva senza sapere che ci sarebbero passati sopra. Più o meno. A patto di farcela. Mi venne pure da dirlo agli altri. Ma non ricordo d'averlo fatto. E se l'ho fatto, servì comunque a poco. Costeggiammo il lago. C'è una spianata, in quel punto, prima della salita per Montorfano. Adesso, roba di queste settimane, l'han divisa dalla strada costruendo un marciapiede, ma allora il marciapiede non c'era. Digrada, la spianata, fino al canneto. Il lago è subito oltre le canne che sventolavano al vento quel giorno in cui sventolò ben altro. C'è un sentiero, là, che porta a due piccole spiagge tra i boschi. Il Ciliegio, si chiama una. L'altra non ricordo che nome abbia. Il Castagno, forse. C'andavamo d'estate per non pagare l'ingresso al Lido. Sentimmo frenare, due volte, e poi sentimmo sbattere. Ci voltammo verso la cascina: c'eran macchine ferme in mezzo alla strada, ed io per la seconda volta pensai che si stava mettendo tutto male. Altre macchine, dietro quelle, suonavano per passare, poi le sorpassarono e tirarono dritto. Avremmo dovuto farlo anche noi. A saperlo. A poterlo fare. Ci s'affiancò il motocarro di Oreste. Un ragazzo del paese, poco più vecchio di noi. Era strano, lui, per noi. Parlava poco, vestiva male, girava con il motocarro. Lavorava nei campi o in serra pure la domenica, poi faceva una doccia e andava alla discoteca a gestire il parcheggio a pagamento. Ci guardò, diede gas scrollando il capo e se ne andò. Me, m'aveva riconosciuto di sicuro, perchè abitavo nello stesso paese suo. Poi s'affiancò una macchina di lusso, con due signori anziani a bordo. Spero non siate stati voi, ci disse la signora dal lato del passeggero. Il marito ci guardava e basta, scuotendo la testa con signorilità. No, Signora, fossimo stati noi non saremmo certo rimasti qui, stavo per rispndere alla signora. Invece arrivarono a tutta velocità due delle macchine che s'eran fermate poco prima in cima alla curva. Frenarono rumorosamente, e già le portiere s'aprivano. Il signore della macchina di lusso ingranò la prima con poca signorilità e scappò, il terrore dipinto in volto. Sua moglie, o la sua amante, o quel cazzo che era, si salvò solo perchè era già a bordo: il vegliardo, e l'ho visto bene in faccia, l'avrebbe lasciata pure a piedi, pur di scappare. Invece a piedi c'ero io, e Stecca e il Biondo. E stavano arrivando un sacco di mazzate. Tre scesero da una macchina, due dall'altra, prima ancora che fossero davvero ferme. I conducenti scesero per ultimi, dovendo spegnere i motori. Non ci fu molto da parlare. Pigliammo per il prato, a traverso della spianata, verso i canneti. Scelta non ce n'era. Ricordo Stecca che fintava sul ciglio della strada, e già ne aveva due addosso, poi non guardai più da quella parte, vidi solo arrivare la terza macchina, che doveva al principio esser stata la prima ed esser finita a sfasciarsi i cerchioni sui catarifrangenti abbattuti. Scesero in tre o quattro pure da quella. Non erano bestie, quelle. Non eran nati per ammazzare i loro simili, o almeno non ne erano capaci allora. Lo dico per come finì, per come andò. Ma allora, mentre tutto iniziava e succedeva, non lo potevo sapere. Lo dico per il numero: erano una dozzina o poco meno, e già con quello potevano farci fuori senza troppo faticare. Io ne ero circondato. Avvolto. Forse quello giocò a favore mio: difficile colpirmi finchè ero sommerso dai loro stessi compari, non ce n'era lo spazio. Stringevano, spingevano, agguantavano, cercavano di colpire. Io a prenderle non ci sono mai stato. Non sono un violento, non colpisco mai per primo. Ma nemmeno sto a prenderle. Attaccare, pure a volerlo, non si poteva. Però schivavo. Sentivo, appena più in là, suoni di calci, di colpi duri. Vidi un attimo il Biondo divincolarsi, poi cadde nello stesso momento in cui uno strattone più forte mi faceva staccare i piedi da terra. Un attimo dopo ero voltato dall'altra parte, e non ero stato certo io a farlo. Spiegare. Avrei voluto. Era tutto così illogico. Io lo sapevo che non eravamo stati noi. Loro, pure a non aver visto, lo dovevano capire: ce ne saremmo andati, no?, fossimo stati noi. Invece colpivano. Vidi la suola d'uno scarpone tirar dritto verso la mia faccia. Non fu un riflesso, fu quasi più una decisione cosciente, una lucida lettura della realtà. Dettata però dall'istinto, non dalla logica: piegai le ginocchia, sbilanciando con il mio peso i due vigliacchi che mi trattenevano. Lo scarpone filò via a tanto così dal mio volto, colpì con il tallone la mia spalla. Il proprietario dello scarpone finì a terra, nello slancio. Fu quello. Fu come se con quel gesto, con quel calcio così violento lanciato verso un volto, verso il mio, avessi visto un tradimento. Eran botte pure quelle di prima, furono botte pure le altre. Ma secondo un codice nè scritto nè conosciuto, sottinteso ma valido comunque. Quel calcio era per far male davvero, era per sfigurare, era per aver visto troppo film da idiota muscoloso. Era per farmi secco. Questo mi fece agire in quel modo. Non altro. Solo questo: l'offesa. Si rialzò, il vile, già preso dalla foga d'un nuovo colpo, loro una mezza dozzina ed io da solo, e lo stesso più in là, addosso al Biondo. Si rialzò convinto di colpire, il vile, invece prese un calcio allo stomaco con il dorso del piede. A volerti ammazzare, figlio di puttana, ci davo di punta, pensavo, e lui piegato alzò la testa e lo presi a mezz'aria con un manrovescio da tennista, e vidi le sue labbra sanguinare ma non la mia mano lacerarsi uguale. Fu l'offesa, non altro. L'ignoranza con cui aveva tirato a farmi fuori. Gli saltai addosso, nominai il divino cattolico e il resto eran solo aggettivi, tutti per lui. Tragicomico, che un attimo prima eran tanti e me le volevano suonare e un attimo dopo c'avevan loro paura e io no. Atterrato il più vigliacco di loro gli misi un ginocchio sul ventre contratto dalla paura, e cominciai a menar schiaffi tanto offeso quanto invece loro mi videro cattivo. Poi m'alzarono, di peso, me lo levarono dalle mani. E mi divincolai ancora, dando a lui le spalle, che tanto mica s'azzardava a alzarsi, ancora, e a loro il volto. - Usate il cervello, deficienti! Ma se fossimo stati noi ce ne saremmo stati qui come idioti ad aspettare qualcuno che c'ammazzasse? Non avete capito un cazzo, voi, non valete un cazzo, rincoglioniti! L'avete visto il tipo del motocarro, eh? Perchè non chiedete a lui? Pure allora, in effetti, avrebbero potuto far valere il numero per rifiutare gl'insulti. Io ero troppo sicuro, nella mia offesa. Loro troppo spiazzati per farsi valere. Gli altri avevano mollato il Biondo, eran tutti là. E' vero, disse uno, cazzo, è vero! E se ne andarono, e quello, quello che parlò così, prima di salire in macchina si voltò, forse per chiedermi scusa. Invece già stavano partendo, l'ultima cosa che vidi di lui fu la sua gamba che penzolava al di sotto della portiera. Poi la ritirò, chiuse. E non c'erano già più. Lui non fece in tempo a scusarsi, e son convinto che l'avrebbe fatto. Io non feci in tempo a dir loro che non avevo detto che era stato Oreste, a rovesciare i catarifrangenti in mezzo alla strada, volevo solo dire che lui poteva confermare quel che avevo detto. Ma eran già partiti, e forse ora stavano cercando Oreste. Il Biondo s'er alzato. Ne aveva prese un bel po'. Era tutto intero, ma le aveva davvero prese. Gli chiesi come stesse. Bestemmiò. Gli chiesi dove fosse Stecca. Bestemmiò ancora. Il divino aveva fatto scorta di aggettivi, quel giorno. E non aveva ancora finito. Risalimmo la strada, e parlammo poco. Mancava forse un chilometro, al paese. Il Biondo bestemmiava. A me, quando parlavo. Da solo, quando tacevo. Aveva dei brutti segni in faccia. Sarebbero passati, passarono. Non gli donavano, però: aveva una faccia d'angelo, pelle pulita, begli occhi, capelli biondi e sempre in ordine. Le ragazze c'andavano matte, per lui. L'ho visto recentemente. Son passati più di quindici anni, e droga e alcool e avvocati, ma la faccia d'angelo ce l'ha ancora. Adesso, dopo le botte, non era un gran spettacolo, e non per colpa sua. I vestiti, poi. Erba e fango, dei jeans non si vedeva il colore. Il bomber era buono per la pattumiera. Io guardavo in giro. Scosso, ancora. Certi colpi suonan più forti dopo, quando il pericolo è passato. E il pericolo era passato, ora. Lo sdegno no, non l'offesa. Guardavo in giro perchè non vedevo Stecca, e pensavo al peggio. E' scappato, diceva il Biondo. Adesso sarebbe qua, rispondevo io. E' scappato, cazzo. L'hai visto? Sì. Ma non ci credevo lo stesso. Temevo l'avessero lasciato da qualche parte. Sciancato. Magari ammazzato. Ma il Biondo aveva ragione: se li avevamo avuti addosso tutti, noi, dieci o dodici o quanti cazzo erano, allora avevano trascurato Stecca. Entrammo in piazza dalla strettoia. Faceva peggio che buio, pure se non potevano essere altro che le sette della sera. C'era gente, sotto al monumento. Ragazzi parecchio più grandi di noi. Al parcheggio si beveva, si fumava, a quei tempi, ma loro, quelli grandi, eran parecchio oltre. Nemmeno ci si parlava, con loro. Potere delle gerarchie: quella dell'età, quell'altra degli sballi. Ma mi conoscevano, io c'ero nato, là, m'avevano visto bambino. E Oreste era uno dei loro. Così mi fermai, a chiedere. Il motocarro era appena più in là. Chiesi, spiegai quando loro invece di rispondere chiesero a me. Se non sto attento le prendo ancora, pensai. Invece era andato tutto bene. Eran passati di là, i vigliacchi, avevano visto il motocarro e s'eran fermati subito, ma non avevan fatto in tempo a scender dalle macchine. Non gl'era convenuto. Oreste aveva preso dal motocarro una roncola e l'aveva usata per lasciare un ricordo sulla macchina di quello che gridava di più. C'era uno con il sangue in faccia, mi dissero. Poi sentimmo chiamarci da uno dei bar sul lato della piazza. Ce ne sono tre. Due, rispetto a quand'ero bambino, han cambiato gestione. Uno è una trattoria, adesso. Ma son sempre tre, e sempre là. Ci voltammo, il Biondo ed io. Era Stecca. Se ne stava all'ingresso d'un bar, in mano una lattina. Beveva. Sorrideva. C'avvicinammo. Ci chiese se c'eravamo fatti male. Rispndergli era impossibile, però. Aveva, e gliel'ho vista ancora, forse un anno fa, la più perfetta faccia da stronzo. Non c'era ragazza che ci cascasse, con lui. Pelle olivastra tesa su un ossatura perfetta, scattante verso mille espressioni, tutte finte, occhi mobili, svegli, sempre pronti a fermarsi in quelli di chi lo guardava. Allora studiava, ora vende polize assicurative. E' il suo mestiere. Sorrideva. Il Biondo bestemmiò. Io tacevo. Il Biondo crollò, seduto su un vaso da siepe. Io guardai Stecca e gli dissi che mi faceva schifo. Mi mise un braccio sulle spalle. Cominciò a molcirmi, attento al tono della voce visto che non poteva farsi guardare in volto. Gliel'avrei rotto, il muso. Mi tolsi il suo braccio dalle spalle. Pensavo fossi morto, avrei voluto dirgli, ero preoccupato per te, cazzo. Ma non se lo meritava, un riconoscimento così. C'hai lasciato a prenderle, stronzo, gli dissi. Eh, ma se restavo mica cambiava qualcosa, mi rispose. Che ne prendevi un po' anche tu, questo cambiava. Me ne andai, a piedi, e faceva freddo. Stecca stava ipnotizzando il Biondo, gli aveva regalato la sua lattina, gl'accarezzava le spalle. Presi per i vicoli, tirai fin casa. Mi spogliai, ficcai i vestiti nel cesto della biancheria sporca. Mi guardai, nudo. Ero teso, ancora. Avevo qualche segno sulla spalla, dove m'aveva colpito quello scarpone. E la mano sinistra, sul dorso, quasi sanguinava ancora. Faceva male, pulsava forte. Sotto l'acqua bollente della doccia provai a lavar via tutto, lavai via terra e fili d'erba dai capelli, piegai la testa indietro e m'aderirono al collo, mi carezzavano tra le scapole. Tenni gli occhi chiusi, e non ero poi molto arrabbiato, quasi mi preoccupava di più la tensione di quella casa dove non vivo più, tutto quel silenzio interrotto solo dai litigi quando parlavo e corrotto dalla televisione sempre accesa. In camera c'eran libri e dischi, saltai la cena e restai un po' con loro. E passò qualche giorno, fino a quello del mio compleanno. Ero solo, anche allora, restai solo. Soprattuto quand'era festa, e due volte di più quel giorno, e in quelli attorno. Suonò il citofono. Mamma venne a chiamarmi in camera. Era per me. Ed era strano. Non ricevevo mai amici a casa. I miei, i miei amici, non erano graditi, allora. Il tempo cambia tutto. Cambia le regole, le persone. Le parole. Nessuno di loro era mio amico, io non lo ero per loro. Ma il novantuno è un anno lontano. Erano Stecca ed il Biondo. Scesi. Mi fecero gli auguri. M'imbarazzai. Ricevere non mi piace, mi fa sentire ladro. Non sapevo che loro sapessero del mio compleanno. Non sapevo, non avrei mai pensato, che sarebbero venuti a stanarmi. Tenevano le mani in tasca. Entrambe, entrambi. Così non c'abbracciammo. Nemmeno quella volta, mai in vita nostra. Poi il Biondo ne sfilò fuori una, trascinandosi dietro fiammiferi e scontrini. Cinquanta lire. Me le regalò. Stecca fece uguale. Cento lire. Sorrise, trionfale. Salìi in casa, silenzioso presi le chiavi della cantina. Quand'ero bambino, e papà voleva finire gli appartamenti di sorelle e fratelli e genitori, prima che il proprio, quella cantina era stata cucina e sala e molto altro, per me, perchè il nostro appartamento non era mai finito. C'andavamo solo per dormire, di sopra. Sotto, in cantina, ci facevamo pranzo e cena, e i compiti, e la stufa a legna era sempre accesa. C'era un divano, quella sera del novantuno. Era rimasto laggiù, e nella cantina non ci s'andava più. Ci si mettevano casse d'acqua, bottiglie di salsa, detersivi. C'erano ancora una radio, una televisione, dei libri. La stufa non l'accendemmo. La televisione sì, ma non la guardammo. Ci tenevamo gli occhi dentro, per non guardarceli l'un l'altro, e intanto ci raccontavamo storie che non ricordo più, ci facevamo discorsi mascherati, con tanto sprezzo e nessun sentimento, ma dentro era diverso, eravamo giovani e vivi, disperatamente vivi, e così c'era vita e disordine e confusione, in quei discorsi. Ma non ricordo più nemmeno quelli. (..)

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