2004


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License: Creative Commons - Attribution
Author: Mr. Connor
Description:
(Learning to use a pen) Tutto insieme, e la contemporaneità, ad intuirla, anche solo per un attimo, colpisce forte, consapevolezza che s’insinua, l’attimo in cui ci si sente parte di un istante moltiplicato e allora tanto grande da diventare minuscolo, insignificante, e la mente resiste per non crollare, espandersi così tanto fa male. Tutto insieme ..Margareth in cucina, l’acqua in un bicchiere sospeso a mezz’aria, gli occhi sulla finestra chiusa, tende di lino accese di luce, il sole basso all’orizzonte, e mentre tutto si muove, scorre adagio, Margareth no, non si muove, gli occhi spalancati, un velo li prende, li bagna, lui è lontano. Papà è morto, non tornerà più.. Tardi, troppo tardi. Ecco la stazione, l’ultimo treno è partito ora, si trascina piano fuori dalla stazione. Non c’è che far finta di nulla, far finta di non sentire quella sensazione di bimbo spaventato, di bimbo sperduto, che qualche volta si fa sentire ancora. Solo un momento, solo un po’, poi passa. Poi deve passare. Basta guardare, pensare, il sistema si trova sempre. E se serve magari si dorme per terra, da qualche parte, o non si dorme, l’insonnia qualche volta può servire. Un libro, sigarette, un sigaro, una birra. ..Samuele e i pattini nuovi, le gambe a ciondolo giù dal letto, e intorno una camera di vecchi giochi e nuove fotografie, di pupazzi dimenticati e tecnologia, e fuori fa buio, mamma è tornata, papà dorme già, non parla nessuno, là sotto, solo gli attori in un film, e un telefono suona, da qualche parte, ma non suona per lui, suona in una casa che non è la sua, e poi non suona più, qualcuno ha risposto, ma non parla con lui.. Stazione deserta, ormai. Solo qualche voce, qui e là, e qualcuno in fila davanti alle biglietterie automatiche. Dita sullo schermo, facce perplesse, qualche domanda al ragazzo, son vecchio, sa?, non ci capisco di queste cose. Poi rapidi verso il tunnel, verso i binari. In qualche modo si deve fare, scorrono i treni sul monitor, cambiano gli orari, e ce n’è uno, uno solo. Ma non arriva lì dove serve a lui, arriva a Porta Garibaldi. Seleziona stazione di partenza. Porta Garibaldi. Seleziona stazione di arrivo. Como Nord Laghi. Due minuti, due minuti per la coincidenza. E in mezzo la corsa fin sotto, in metropolitana, e poi due o tre fermate,e poi ancora di corsa, su in stazione, ma tanto il treno già non c’è più. Porta Garibaldi, poi in qualche modo si farà. Seleziona modalità di pagamento. Contanti. ..Rodrigo al volante, e intorno la città, palazzi fino al cielo e un taxi che va, Rodrigo e una canzone da fischiare piano tra le labbra, feste ballando e i tacchi sul legno, la pelle sudata, il fresco della sera tra i capelli, ma tutto fa caldo, quel vino, quel ballo, Natàlia negli occhi, nel cuore, tra le braccia, lontano da qui, prima, prima di, lontano da quel passeggero seduto là dietro, da questo traffico diffidente, da questa città estranea, lontano da casa, e il volante tra le mani fino a notte, non bastano i soldi, non bastano mai, domani chissà.. Al telefono Luca, la voce stanca di chi dormiva, di chi magari s’era anche un po’ fatto prendere la mano. Cartina, tabacco, alleluja. Buon divertimento. Ci vengo io, a Milano, tu però fatti sentire un’ora prima, che magari intanto svengo. Cioè, dico, m’addormento. E poi sul treno, un interregionale rubato al tempo, un evaso solitario e notturno, tutto panche e strana gente. Quel signore che dorme là vicino, abbracciato al suo contrabbasso, sembrano due fratelli scampati alla fame, due innamorati stanchi di guerra. ..Justine e la Senna, la sera una carezza sulla pelle, e intorno tutto è comparsa, veloce, Bustine e quel profumo di fiori, qualche goccia soltanto, e lino leggero sulla pelle, la gonna una farfalla che sfiora il terreno, l’asfalto, mozziconi di sigaretta sbiaditi, Bustine e una torre d’acciaio alta fino al cielo, la Torre, e prima non l’aveva vista mai, chiusi gli occhi dalla fretta, dall’abitudine, e ora ancora non può vederla, pieno il cuore di brividi, la pelle di desiderio, le labbra di sogni.. Giù dal treno, e non è nemmeno Porta Garibaldi, no. E’ Lambrate, questa. Chissà poi com’è possibile, poco importa. Luca è dall’altra parte, fuori da un’altra stazione, a fumare per farsela passare, a fare chissà cosa d’altro per riderci su. Tutto chiuso, ormai, e aperta la notte, spalancata. Chiusa la metropolitana, sarà l’una ormai, vuote le strade, ma c’è chi nel buio cammina. A passi lenti, incerti, e qualcun altro va di corsa, spaventato. S’è aperta la notte, l’alba dei Disgraziati. L’alba dell’algerino che ha paura di andare a dormire, perché alle cinque deve andare a lavorare, e allora meglio addormentarsi su una panchina, su un marciapiede, dormire al freddo, perché la coperta è troppo calda, e svegliarsi costa fatica, e il trentatre lo prende anche lui, otto minuti all’una, ultima corsa, e senza biglietto che tanto a quest’ora chi se n’importa. L’alba del ragazzo senza nome, un occhio storto e l’altro più grande. Parla la lingua di nessuno, e non è arabo, non è francese, inglese o spagnolo neppure, e la prostituta estone dice che no, le lingue lei le ha studiate, prima di, e quella lì non è una lingua, è la lingua del ragazzo senza nome, e basta, del ragazzo che fa domande e le ripete e non si sa dove guardi, con quel corpo così sformato, così curvo e rotondo, un paio di pantaloni sbilenchi addosso, una camicia con scritto Ghost sulla schiena, che sembra fatta apposta. Bevi un po’ di birra, gli dice l’algerino, ti fa passare il mal di testa. E sorride, il Fantasma, fa segno di no ma sorride, e la prostituta gli tiene una mano al braccio, nell’incavo del gomito, andrà tutto bene. ..Maurizio e Francesco, il solito posto, pantaloni di tela e mani segnate, oggi com’è andata?, lascia stare, è meglio, e sotto le suole la ghiaia del viale, quattro parole, saluti all’ombra dell’edera, Francesca e Graziano, ce l’hai una sigaretta?, e Jonathan al telefono, e gli altri già dentro, un giro per uno, qualche parola di corsa, prosecco e saluti, vado a farmi una doccia.. Cigola il tram dei Disgraziati, Via Porpora ormai, salgono e siedono, chi sfatto e chi stanco, la colpa in viso, stranieri in silenzio, e s’avvicinano al conducente, e quello no, non s’arrabbia, non si spaventa, risponde, spiega, loro e le loro vie lontane, un tram preso a caso, e lui li ascolta e risponde, anche al Fantasma, e il biglietto non ce l’hanno ma chi se ne frega. E poi l’algerino saluta, scende, s’avvicina ad un uomo di colore fuori da un bar, le mani in tasca, una sigaretta tra le labbra. Lo saluta, l’algerino, il tram lento e rumoroso svolta e riparte, e intanto suona l’avviso, la chiamata per la prossima fermata. L’algerino ora ride, qualcuno che l’aiuti a tirar mattina senza dormire l’ha trovato. ..l’out-back. Sabbia e rocce e il sole sulla pelle. Quell’aereo, ieri, partenza saluti, arrivo senza accoglienza, solo tutti quei chilometri da mettere in mezzo, ieri è lontano, quelle labbra che baciavano e mentivano e promettevano, parole e parole e parole, sulla pelle il tocco delle sue mani sporche di menzogne, menzogna dentro il suo corpo spalancato di ragazza, e adesso l’orizzonte lontano e quella roccia chissà dove, e intorno nulla, solo l’eco del sole, lassù, e piedi piccoli e leggeri, e il sudore sulla pelle, caldo, salato, per lavare l’ultima macchia, per pulirsi il cuore.. La prostituta laggiù, gli occhi fuori dal finestrino, nel buio, tra le luci. Un signore dalla pelle olivastra, i baffi neri, folti, un po’ più in là. Due ragazzi di colore, avran vent’anni, il ragazzo con il tascapane e le spille, un ispanico con i baffi da messicano, ognuno per sé, uno qui una là. E il Fantasma, silenzioso come quando parla, chissà se dentro parla, se i suoi pensieri sono parole, chissà chi è, da chi va, dove si nasconde di giorno, chissà com’era da bambino, quegli occhi improbabili, scuola istituto ospedale o botte, chissà. L’algerino non c’è più, e il Fantasma l’ha guardato appena, poi scende, chissà, e non la guarda, la prostituta, non guarda il ragazzo con le spille e il tascapane, scende, fuori è buio, chissà. ..Carlos, que pasa?, quanto dolore, gira tutto, domani smetto, birra e vino e vino e birra, quanto ridere però, quanto cantare. Gira tutto, adesso, ma forse è passata, con quel sapore in gola di vomito e saliva, e che male la schiena, duro per terra, Carlos, que pasa?, che ora sarà mai, non lo so, cazzo, che male, mi alzo, adesso, sì, ma quanto ridere, valeva la pena, dev’essermi costata un sacco, ma ormai è fatta, una doccia, ecco, adesso a casa, ai soldi meglio non pensarci, tutti i giorni a spaccarmi il culo, ma ne valeva la pena, qualcosa in tasca c’è ancora. Dove sarà mai, il borsellino, sarà caduto. Le chiavi della macchina. La macchina. Que pasa, Carlos, que pasa?.. Notte, sempre notte, quanta notte, Luca in macchina, dietro alla stazione, arriva di corsa, Sali!, e quasi grida. Uno spino moribondo tra le labbra, vuoi? No, grazie, frizione e gas e riparte, sembra fugga, ma ride. Guardalo, Grace, sarà un’ora che ci facciamo la guerra. E dietro un camion della nettezza urbana, acqua e sapone e spazzole, pulisce le vie fino allo zoccolo del marciapiede. E Luca davanti, duella, prima seconda, freno, retromarcia, e se la ride. Basta, Grace, andiamo. Bravo, Luca. Parlano, e Luca si dimentica di sgridarmi, di dirmi che domani si lavora, iniziamo alle sette ed ora sono le due, parla, racconta, calmo, serio, e lo so che Luca di giorno non fa così, ma adesso sì. Non mi sgrida, non m’accusa, e parla di film, e intanto si va, una birra per uno al banchetto degli arrosti, e poi via, dentro la notte e fuori dalla città, la campagna, la provincia, 'fanculo Milano città di merda, aria di casa, eccoci qua. A domani, Grace, scappo. Due ore all’alba, tempo di foto, di sigarette, pieno di benzina all’automatico, le gobbe dei colli attorno, l’odore del lago, piccola città, domani si lavora. ..occhi di bimbo piangono a Kabul, in silenzio, e a Bagdad c’è un soldato che spara, e un altro, e un altro ancora, ad un posto di blocco, bombe a Bassora, a Grozny si muore di bastonate nelle stazioni di polizia, cantano i soldati nelle caserme, di ritorno, e i cadaveri sono passato, adesso si canta, perché pensarci, cantano i soldati all’alba, rasoio e sapone e scherzi, chissà quanti oggi, e qualcuno a paura, qualcuno spara e uccide, ma anche i morti ammazzano, scoppiano e fanno brandelli, brandelli di vita, di morte, di soldati e di gioventù, e a casa dormono i presidenti, dormono i ministri, dormono, e qualcuno dorme anche a Kandahar, buona notte tutte le notti, ma fa rima con addio, poco all’alba la prossima notte si prova ancora, e tra le sabbie zuppe di petrolio è ancora notte, notte tra le rovine di Babilonia, tra i ruderi della Storia, notte di echi e di spari, di bombe e di puzza di zolfo e di carne bruciata.. Tutto insieme. ..adesso.. Chissà.

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